Antonio Mastrapasqua e la revisione pensionistica

La rilevantissima riforma della previdenza obbligatoria realizzata dal Governo Monti e fortemente voluta del Ministro Fornero obbliga tutti a riaprire il cantiere della previdenza complementare e a dedicare ad essa una riflessione operosa e attenta. Il definitivo passaggio per tutti, sia pure con il criterio del pro rata, al metodo di calcolo contributivo comporta, dal punto di vista concreto e in linea generale, l’esigenza di una maggiore e più ampia copertura in termini di pensione integrativa. Ma è soprattutto sul piano culturale che la svolta impressa dal riassetto è destinata a incidere. Quanto più si farà strada nell’opinione e nella consapevolezza diffuse _ e dovrà farsi strada _ il principio in base al quale “più versi, più avrai”, tanto più la partecipazione e l’adesione alle diverse forme di risparmio previdenziale non saranno percepite come un onere fiscale ovvero come una tassa ma per quello che sono: uno strumento di accumulazione e, dunque, di protezione per il futuro della propria vita. E in questo senso è del tutto evidente come la cultura del contributivo possa agire via via nel profondo dei convincimenti delle persone.

Ma, nella riforma Fornero, coerentemente con un’impostazione tesa a sostenere e sviluppare l’educazione al risparmio previdenziale e la responsabilizzazione delle persone, troviamo un’indicazione che non può non suscitare subito la nostra attenzione, laddove si prevede espressamente la possibilità di valutare “eventuali forme di decontribuzione parziale dell’aliquota contributiva obbligatoria verso schemi previdenziali integrativi in particolare a favore delle giovani generazioni, di concerto con gli enti gestori di previdenza obbligatoria e con le Autorità di vigilanza operanti nel settore della previdenza”. Per ragioni oggettive e di volontà dei decisori politici, vi è, dunque, un forte e significativo ritorno di interesse operativo e di concentrazione sul che fare rispetto a un ambito che, dopo l’avvio dei fondi pensione negli anni Novanta e le innovazioni degli anni più recenti, rimane ancora ristretto e molto contenuto nei numeri e nelle dimensioni. Non può non costituire ancora fortissima ragione di allarme il continuare a riscontrare la distanza che ci separa dal resto dell’Europa e che è condensata in un inesorabile percentuale che, nonostante gli sforzi, ci portiamo dietro: il 77 per cento dei lavoratori privati in Italia non risulta coperto dal secondo pilastro previdenziale; e non parliamo né del settore pubblico né di giovani e donne, categorie per le quali la pensione integrativa resta un oscuro oggetto e, forse, neanche di desiderio. Continua a leggere

GTECH sottoscrive un accordo da 4,7 miliardi di dollari per la fusione con IGT

Antonio Mastrapasqua – GTECH S.p.A.

Il 16 luglio 2014 GTECH S.p.A., leader mondiale nel mercato regolamentato dei giochi, ha acquisito International Game Technology (IGT) con un accordo da 4,7 miliardi di dollari in contanti e azioni. IGT, con sede a Las Vegas negli USA, è leader globale nei settori casinò e social gaming. Società di esperienza trentennale, opera nella fornitura di sistemi per casinò e macchine da gioco fin dagli anni ’80 e ha progressivamente introdotto nuove tecnologie per i giochi, come il monitoraggio computerizzato per il giocatore. Oggi, si presenta sul mercato come principale fornitore di tecnologie per il gioco, sia tradizionale che online, grazie anche alle continue innovazioni che propone e che le hanno permesso di espandersi in tutto il mondo.

Dalla fusione tra le due aziende nascerà una holding di diritto inglese (NewCo) e agli azionisti di GTECH sarà assegnata una nuova azione ordinaria di NewCo per ogni azione GTECH in loro possesso. L’unione del know – how di esperienze, competenze e solide tecnologie, in particolare la qualità manifatturiera di IGT con la comprovata esperienza nel settore lotterie e servizi commerciali di GTECH, coniugato ad eccellenti contenuti e archivi di giochi, porterà alla creazione di un’unica azienda leader nell’intero mercato dei giochi. GTECH S.p.A aveva già in precedenza cambiato la sua denominazione, Lottomatica Group S.p.A., nell’ottica di sviluppare il proprio business su scala mondiale. I settori principali nei quali opera sono, oltre alle lotterie, concorsi a pronostici, gaming machine, sistemi centrali di controllo, scommesse a totalizzatore fisso e a quota fissa, servizi commerciali, software e servizi per il multigaming.

La fusione permetterà di creare una realtà competitiva in tutte le aree del mondo, con una stima di profitti, a partire dal terzo anno, di oltre 280milioni di dollari.

Secondo quanto annunciato dalla stessa GTECH, l’operazione si concluderà entro il primo semestre del prossimo anno. In data 20 agosto, GTECH S.p.A., ha annunciato di aver completato la sindacazione di un finanziamento di 10,7miliardi di dollari (il 45 % in euro e il 55% in dollari USA) per effettuare l’acquisizione di IGT. La sindacazione è guidata da Credit Suisse, Citirgroup e Barclays e, sommandosi ai liquidi già a disposizione dell’azienda, permetterà di attuare il finanziamento dell’intera operazione di fusione.

Il discorso di Antonio Mastrapasqua per Confagricoltura

Ripartire dall’agricoltura. Voglio partire da una formula che può apparire uno slogan, ma che, invece, si configura come molto fondata e realistica se guardiamo ai dati Istat su occupazione e Pil del settore agricolo di fronte ai quali ci troviamo oggi. Li abbiamo ascoltati e li stiamo commentando. Ma, se per qualcuno possono apparire sorprendenti, io, come Presidente dell’Inps, posso e voglio contribuire a rafforzarli sulla scorta delle cifre di cui noi disponiamo.

Disponendo dei dati retributivi e contributivi sugli operatori del settore, i dati Istat sull’occupazione in agricoltura non costituiscono fonte di meraviglia per l’Inps. Nel Paese, mentre la disoccupazione in generale, e in particolare quella giovanile, registra il dato più alto degli ultimi quindici anni, si assiste invece, nel settore dell’agricoltura, a un fenomeno tendenziale di crescita degli occupati. Una situazione ampiamente confermata dalle nostre cifre e dalle nostre elaborazioni. Pur partendo ovviamente da rilevazioni basate su metodologie diverse, i dati retributivi ed occupazionali dichiarati ai fini contributivi dalle aziende agricole che assumono manodopera nonché dai lavoratori autonomi dell’agricoltura, confermano, al pari dei dati Istat, che in questa fase di grave crisi economica, il settore primario è l’unico ad avere dei segni “più” nel panorama nazionale evidenziando una tendenza anticiclica del settore. Continua a leggere

L’intervento Lateranense di Antonio Mastrapasqua

Siamo stati – e per molti versi siamo ancora – un Paese al bivio: una società in bilico tra una nuova possibile rinascita e un anch’esso inedito possibile declino in una deriva che qualcuno definisce quasi-nichilista. Viviamo in quell’equilibrio precario che è tipico dei momenti di transizione. Qualcuno (Hegel) chiamava questi tornanti della storia «epoche disorganiche», per avvertire che la rapidità e l’imponenza dei mutamenti sono così imprevedibili e violenti che mettono in discussione la normale percezione che gli uomini hanno del proprio tempo e dei punti di riferimento tradizionali della propria vita. Basti solo riflettere sulle epocali trasformazioni indotte dall’allungamento della vita e sugli effetti che questo fenomeno produce sul nostro modello di welfare e sullo stesso mercato del lavoro, come è ben sintetizzato dal titolo del nostro incontro.

Non c’è dubbio che l’epoca che stiamo attraversando abbia le caratteristiche «disorganiche» di una età «di passaggio». E per questo di un’età decisiva. Ed è doveroso che ognuno dia il suo contributo per orientare la transizione verso la auspicabile rinascita.

L’Italia ha cominciato a farlo. La riforma delle pensioni ne è un esempio. Il recente riassetto previdenziale, definito non a torto di grande impatto, trova la sua ragion d’essere proprio in quel cambio di paradigma nel quale siamo immersi. Essa infatti non nasce solo da esigenze e valutazioni tecnicistiche o attinenti alla tenuta della finanza pubblica, ma individua il suo fondamento primario in un ambito più alto e addirittura valoriale: quello che fa riferimento al concetto di equità intergenerazionale e intragenerazionale e a quello di sussidiarietà. Allo stesso modo, essa implica una forte responsabilizzazione delle persone rispetto al proprio futuro. E, dunque, determina una oggettiva spinta verso un grande impegno per l’educazione al risparmio previdenziale.

Nella stessa direzione e basata sugli stessi valori va l’annunciata riforma del mercato del lavoro.

Certo è che i sommovimenti e le trasformazioni di questi anni hanno investito tutti gli ambiti del modo di vivere in una società industrializzata avanzata, così come l’abbiamo conosciuta nel suo nascere e nel suo svilupparsi lungo tutto il Novecento.  Ma, forse, non c’è niente, più di quello che chiamiamo sistema di welfare, che sia stato messo in discussione dalla crisi strutturale dei debiti sovrani e, prima ancora, dello stesso capitalismo finanziario o finanziarizzato.

La cifra del Novecento europeo, lo Stato sociale, è diventata la cartina di tornasole delle sicurezze/insicurezze delle nostre società impaurite. Il termometro per misurare la febbre dell’Europa profonda. E, allo stesso tempo, la forza di innovarlo, di renderlo sostenibile, stabile, equo – confrontandosi con fenomeni come l’invecchiamento della popolazione o come l’inadeguatezza di un mercato del lavoro inadatto a offrire crescenti opportunità ai giovani – si rivela sempre di più come l’indice della volontà e della capacità delle classi dirigenti di saper individuare il ponte per la traversata verso la riva del nuovo paradigma.

In questa lungimiranza di lettura del presente e del futuro, prima ancora degli economisti, degli analisti, degli scienziati sociali e degli stessi politici, si è cimentato con intelligenza analitica e formidabile intuizione proprio Benedetto XVI.

Che cosa è la Caritas in Veritate se non un breviario positivo per naviganti in mari in tempesta, offerto all’umanità e alle nostre società intimorite?

E che l’Enciclica sia stata e sia anche un breviario per i decisori e per le classi dirigenti è stato riconosciuto autorevolmente e unanimemente. Mi limito a citare, dal momento che è presente, il segretario Bonanni che l’ha definita «una speranza, un ancoraggio, un punto di riferimento per tutte le forme associative del mondo del lavoro, che come la Cisl sono impegnate quotidianamente nella vita economica e sociale del nostro Paese».

Non è un caso, del resto, che nei 79 paragrafi di un testo denso di contenuto si spazia dal fondamentale tema del lavoro – anzi, tutta l’Enciclica è impostata sul lavoro, come vocazione nella quale la persona scopre se stessa, e come aspetto fondamentale della vita, soprattutto nei momenti di difficoltà e di crisi – e delle condizioni dei lavoratori – di particolare rilevanza l’attenzione dedicata alla mobilità e alla flessibilità nel lavoro, che mai devono scadere nella mera precarietà, o peggio, nello sfruttamento – a quello, altrettanto decisivo, della finanza e degli assetti del mercato, passando per la tecnica, il consumo, l’ambiente e, naturalmente, l’etica. Continua a leggere

L’immigrazione secondo Antonio Mastrapasqua

Nella coscienza collettiva sta crescendo la percezione sociale della ‘normalità’ della presenza immigrata.

Tuttavia, questa consapevolezza sociale di normalità non si accompagna sempre con una normalità sostanziale nella condizione degli immigrati, sia extracomunitari sia neocomunitari.

E invece questa percezione di normalità deve tradursi nell’affermazione sempre più diffusa della regolarità in termini di presenza sul territorio e di rapporto di lavoro. Ciò rappresenta il presupposto per il pieno riconoscimento dei diritti legati al sistema di welfare. Solo lo stato di regolarità consente infatti all’immigrato quella condizione di visibilità e legittimazione sociale che trova una delle sue espressioni proprio nella possibilità di fruizione del sistema di tutele previdenziali e assistenziali previste dalle nostre leggi.

La previdenza, in riferimento alla popolazione immigrata, è, dunque, uno strumento per l’integrazione. E la copertura contributiva fa sì che, al verificarsi del rischio, il lavoratore non rimanga completamente privo di mezzi di sussistenza e possa contare su un trattamento pensionistico nell’età della vecchiaia. Continua a leggere

Antonio Mastrapasqua e il lavoro giovanile.

Consentitemi di prendere le mosse da un dato che, nel tempo della grande crisi che viviamo, appare ancora più paradossale: in Italia la disoccupazione registra, come sappiamo ampiamente, livelli record, eppure mancano all’appello circa 50 mila lavoratori. Non basta.  L’Italia è un Paese con la disoccupazione giovanile che supera il 40 per cento, eppure esistono settori nei quali alle aziende risulta complicato reperire personale.

Nel nostro Paese, insomma, ci sarebbe un gap tra quello che cercano gli imprenditori e le scelte formative dei giovani e dei meno giovani che hanno perso il loro impiego, un gap che non consente a domanda e offerta di lavoro di incontrarsi, che lascia a spasso migliaia di lavoratori e, allo stesso tempo, non consente a migliaia di aziende di assumere.

La fotografia di questo stato di cose l’ha fatta questo autunno Unioncamere che ha messo nero su bianco, nella sua tradizionale indagine Excelsior in collaborazione con il Ministero del Lavoro,  quelli che sono i settori lavorativi in cui si cerca personale, individuando proprio la misura e la qualità di quel gap.

In questa stessa direzione va un’osservazione di un economista di rango come il professor Stefano Zamagni, già preside della facoltà di economia dell’università di Bologna, che illumina anche su un aspetto connesso: «…In Italia vi è una disoccupazione elevata e una disoccupazione giovanile elevatissima. Sì, c’è la crisi ma perché in nessun Paese europeo la disoccupazione giovanile è così alta come in Italia? La risposta è che le aziende non assumono i giovani perché essi non sono preparati ad entrare nel mondo produttivo e con la crisi di risorse non investono più in quella formazione, chiamiamola privata, che suppliva alle mancanza della scuola»; i giovani non sono preparati ad entrare nel sistema produttivo.  Continua a leggere

La conferenza di Antonio Mastrapasqua all’assemblea nazionale FIT

Desidero cominciare ricordando un episodio che segna un po’ l’inizio del percorso comune tra Inps e Fit. Voglio rammentarlo perché, a volte, i successi appaiono facili da realizzare una volta ottenuti. E invece conoscere da dove si è partiti rende spesso giustizia del cammino compiuto.

Tre anni fa – vado a memoria – quando ipotizzammo di poter svolgere insieme talune attività a favore dei cittadini, ci ritrovammo nella sede dell’Inps all’Eur con il vostro Presidente e con il dottor Bartoli. Oggi posso dire di loro che ho avuto modo di apprezzarli in questi anni per le evidenti capacità istituzionali e gestionali e per la ferma volontà di offrire risposte appropriate ed efficaci alle esigenze della categoria e della collettività più in generale. E posso aggiungere che si tratta di due persone amiche – e l’amicizia è cosa rara di questi tempi – che ho avuto modo di stimare per la vicinanza umana che hanno voluto offrirmi. Continua a leggere